La cooperazione tra PMI e reti d’impresa

Studio Baldassi
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PMI reti impresa

I nuovi paradigmi portati dalla globalizzazione, le trasversali innovazioni tecnologiche e le ibridazioni tra diversi business, i cambiamenti sociali ed economici stanno da tempo comportando evoluzioni della cultura manageriale e dei modelli organizzativi aziendali. In pochi anni siamo passati da residui di una concezione tayloristica alla lean organization e alle reti d’impresa. A questi fattori strategici si aggiungono naturalmente gli effetti della Grande Crisi scoppiata nel 2008 negli USA e tuttora pesante in Europa (e in particolare in Italia, che in pochi anni ha perso il 10% del pil).

Networking e distretti

Studiosi, consulenti di management e istituzioni analizzano questi cambiamenti che peraltro, spesso sono intrecciati con fenomeni precedenti. Si pensi ad esempio alle molteplici forme di networking oggi possibili anche grazie al Web ed al cambiamento costante degli storici distretti europei (manifatturieri, agroalimentari, culturali e turistici) che gli anglosassoni studiano incuriositi da oltre un secolo.
Queste forme organizzative tra Piccole Medie Imprese sono protagoniste del ‘capitalismo territoriale’, un sistema in costante divenire capace di autorigenerarsi, un sistema culturale prima ancora che economico particolarmente rilevante in Italia e che già molti anni fa Becattini definiva ‘un impasto complesso e articolato di una pluralità di soggetti semplici’. Oggi i distretti europei sono diventati sempre più dis-larghi e capaci di superare logiche puramente territoriali, sempre più diversificati tra loro ma orientati a divenire veri cluster, dove si intrecciano cooperazione, competizione e coevoluzione sia tecnologica che organizzativa che sanno trasformarsi in eccellenza competitiva. Dati spesso per esauriti, in realtà i ‘nuovi’ distretti e metadistretti tra PMI che in Italia anche nel 2013 hanno confermato la loro vitalità sia nell’export che nel contributo al PIL:

La caratteristica dei moderni distretti è sempre più quella della Knowledge Extended Company, cioè l’azienda allargata della conoscenza dove si sviluppano scambio di know how, esperienze di innovazione continua dei processi organizzativi, cooperazione su singoli progetti e dove anche i soggetti istituzionali apportano contributi significativi e sinergici, capaci di aggiungere valore e garantire eccellenza competitiva. A questi fenomeni collettivi mira a dare un contributo anche la recente legislazione italiana sulle reti e i contratti di reteAccanto a questi fenomeni collettivi restano ovviamente le individualità delle singole imprese – alcune grandi che fungono da driver ma soprattutto piccole e medie imprese di settori complementari o che partecipano alla stessa filiera del valore.

Queste individualità fanno parte dell’insopprimibile desiderio del singolo imprenditore di valorizzare il suo brand e – purchè questo non diventi individualismo perdente – tutto ciò rimane un fattore decisivo nell’economia di mercato. Non c’è dubbio che lo spirito imprenditivo – unito al capitale intellettuale ed all’innovazione ecosostenibile –  sia oggi la risorsa più importante dei paesi OCSE per fare qualità e per competere con le economie dei paesi emergenti. Ecco perché nell’analizzare e sviluppare forme di cooperazione tra pmi occorre tener conto delle specificità (culturali, merceologiche, organizzative, finanziarie) e dell’insieme dei fattori competitivi, evitando di applicare modelli astratti (che solitamente non vengono accettati) e considerando la necessità di un work in progress che deve essere coordinato da soggetti terzi che vivano in prima persona la cultura organizzativa necessaria (consulenti di direzione, manager di distretto ) apportando contemporaneamente benchmark di successo.

Reti d’impresa e contratti di rete

La Rete rappresenta ‘una forma aggregativa fra imprese che permette a ciascuna partecipe di raggiungere una dimensione adeguata per competere sui mercati globali, mantenendo ognuna la propria identità e indipendenza. La sostenibilità degli equilibri fra le partecipi è fattore determinante”. Una classificazione delle tipologie più comuni di attività:

  • Reti del sapere: con l’obiettivo di uno scambio di informazioni e  know how
  • Reti del fare: focalizzate sullo scambio di prestazioni
  • Reti del fare insieme: orientate verso progetti di investimento comuni’ .

Le finalità di una Rete tra imprese possono dunque essere molteplici: innovazione tecnologica e valorizzazione del capitale intellettuale e del management, miglioramenti nel marketing e nella distribuzione (es. internazionalizzazione tra imprese complementari), massa critica nella supply chain.

L’Italia, con il dlgs n.5/2009, si è posta all’avanguardia nell’UE su questo tema, anche se per il momento (aprile 2014) si registrano solo circa 1.500 reti effettivamente istituite (in gran parte reti-contratto) con circa 7.000 imprese aderenti (molte medie). Come noto due sono le forme contrattuali attualmente previste dalla nostra legislazione sulle reti d’impresa:

  • la Rete-contratto (in base al cit.dlgs.5/2009) che non acquisisce personalità giuridica autonoma e viene istituita sulla base di un progetto comune formalizzato, tramite il quale le varie imprese mantengono la propria individualità operativa e la propria fatturazione attiva e passiva. Può anche avere un fondo patrimoniale comune conferito dai singoli soggetti ed eventualmente un organo comune di governance. Dunque una soluzione cooperativa piuttosto informale, particolarmente adatta alle PMI a proprietà imprenditoriale che operano nello stesso business.
  • La Rete-soggetto (L.134 e L.221 del 2012) costituita da un insieme di imprese che da vita ad un soggetto economico con personalità giuridica propria, dotata di un fondo comune e di un organo comune di governance. La Rete-soggetto diventa titolare dei rapporti verso terzi nella realizzazione del progetto comune e può godere di specifiche e interessanti agevolazioni fiscali.

Verso entrambe queste forme di Rete accanto alla legislazione nazionale si stanno configurando interessanti norme regionali di supporto e stimolo, che vedono coinvolti vari soggetti istituzionali e associazioni imprenditoriali., banche comprese.

Ma occorre un manager-coordinatore della Rete

Le istituzioni sia pubbliche, che private stanno propugnando da anni queste opportunità, per superare i vincoli culturali (individualismo eccessivo) e in particolare per superare ‘più avanti’ gli effetti della Grande Crisi (ad esempio internazionalizzazione e innovazione organizzativa). Ma occorre che le istituzioni pubblico-private e ovviamente gli imprenditori interessati siano consapevoli che occorre una guida, un manager-coordinatore esterno alle imprese contraenti che :

  • conosca l’ambiente socio-economico locale o almeno il settore del business
  • svolga anzitutto un audit sui rispettivi asset dei ‘nubendi’ e sulle rispettive modalità operative (budgeting, stile di leadership, KPI ecc)
  • quindi riassuma ai singoli le sue valutazioni indipendenti sulla fattibilità concreta del progetto-Rete e sui punti forti/deboli del progetto stesso.
  • Se i ‘nubendi’ decidono di proseguire, allora al manager di rete deve essere affidato l’incarico di redigere un business plan almeno biennale e di coordinare e soprattutto affiancare i singoli contraenti nella escalation delle attività (il viaggio).
  • Il manager di rete (un consulente di management) dovrebbe dunque essere accolto come il tutore (anche del budget comune) e il motivatore del team di rete, un professionista che conosca dall’interno la vite delle aziende e che ne sappia governare anche i momenti di debolezza e le contraddizioni. Una grande responsabilità che evidentemente non può essere assolta né dai funzionari di una Camera di Commercio né da un’associazione imprenditoriale, entrambe per loro natura ‘neutre’ nei processi delle singole imprese.

Articolo redatto da:

www.baldassi.it

 

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Dal 1990 lo Studio Baldassi affianca imprese e organizzazioni di vari settori merceologici, prevalentemente PMI del Nord Italia, e recentemente anche la Pubblica Amministrazione. La sua missione: ‘aiutare le aziende ad aiutarsi' per un business migliore.

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3 risposte a “Aprire Partita IVA nel 2015: quanto costa?”

  1. Grazie di questo preciso specchietto; chiedo anche quanto potrebbe essere un costo annuale di gestione da parte di un commercialista

  2. Ciao Paolo, grazie per il commento. Il costo annuale del commercialista dipende molto dalla zona e dal professionista che interpelli. In media si tratta di 1.000 euro all’anno ma potrebbe variare da 500 a 2.000 euro. Un altro aspetto da considerare oltre a quelli citati nell’articolo è l’adesione al regime dei minimi. Il miglior consiglio resta sempre quello di rivolgersi ad un commercialista di fiducia.

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