Smart working: vantaggi per imprese e lavoratori

In Italia attualmente lavorano in regime di smart working circa 250.000 lavoratori, il 7% dei lavoratori dipendenti.

Redazione MondoPMI
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Lo smart working ha ottenuto una definizione normativa grazie al ddl sul lavoro autonomo e sul lavoro agile, dove viene regolato a livello nazionale il lavoratore flessibile dipendente, mentre fino a prima della riforma era una fattispecie non ancora disciplinata. Ora è quindi disponibile una modalità flessibile di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato, portando vantaggi sia ai lavoratori che alle aziende. La nuova norma sul lavoro agile prevede che l’attività lavorativa possa essere svolta sia all’interno che all’esterno dei locali aziendali, facendo restare invariati i limiti massimi di orario giornaliero e settimanale.

La flessibilità per i dipendenti può inoltre avere il non trascurabile effetti di far crescere il senso di appartenenza alla propria impresa; molte grandi aziende internazionali stanno già da anni sperimentando queste modalità occupazionali, con discreti risultati.

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LO SMART WORKING IN ITALIA

Secondo l’Osservatorio del Politecnico di Milano, in Italia attualmente lavorano in regime di smart working circa 250.000 lavoratori, il 7% dei lavoratori dipendenti, i quali sono aumentati del 40% rispetto alla rilevazione del 2013. Questa modalità di lavoro al momento interessa soprattutto le grandi aziende, mentre tra le piccole e medie imprese solamente il 5% di queste ha sviluppato progetti in questo ambito nel corso del 2016.

Sembra però che in Italia manchi ancora una cultura del lavoro flessibile. Soprattutto nelle PMI, pare che l’idea di un impiegato che lavora all’esterno dell’ufficio generi ancora pregiudizi sul suo possibile rendimento.

Secondi i dati del 2016, l’identikit del lavoratore flessibile italiano è:

  • sesso maschile;
  • età media 41 anni;
  • residente nel Nord Italia.

In conclusione, il tema dello smart working rientra nell’ambito della digitalizzazione del mondo del lavoro e di Industria 4.0, nel quale la tecnologia diventa un mezzo per il miglioramento sia delle aziende che dei lavoratori.

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Image credit: shutterstock

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3 risposte a “Aprire Partita IVA nel 2015: quanto costa?”

  1. Grazie di questo preciso specchietto; chiedo anche quanto potrebbe essere un costo annuale di gestione da parte di un commercialista

  2. Ciao Paolo, grazie per il commento. Il costo annuale del commercialista dipende molto dalla zona e dal professionista che interpelli. In media si tratta di 1.000 euro all’anno ma potrebbe variare da 500 a 2.000 euro. Un altro aspetto da considerare oltre a quelli citati nell’articolo è l’adesione al regime dei minimi. Il miglior consiglio resta sempre quello di rivolgersi ad un commercialista di fiducia.

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