Capitalizzazione delle imprese italiane in crescita – PMI in testa

le imprese italiane si fanno più solide con il reinvestimento degli utili, ma anche con altre forme di capitalizzazione.

Redazione MondoPMI
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Una ricerca di K Finance mette in luce alcuni importanti dettagli sulla capitalizzazione delle imprese italiane, ed in particolare delle PMI; la ricerca ha avuto come oggetto più di 31.000 aziende con fatturati superiori a 5 milioni di euro, ed ha riguardato la situazione patrimoniale ed i suoi incrementi negli anni tra il 2012 ed il 2015.

Quello della capitalizzazione delle imprese italiane è sempre stato un problema: secondo le stime di BankItalia, nel 2012 si presentavano meno stabili sul fronte dell’equity rispetto a quelle dei paesi trainanti dell’eurozona; una capitalizzazione minore significa maggior volatilità, maggiore esposizione al rischio, e possibilmente maggiore difficoltà di accesso al credito e di investimento; le stesse stime valutavano in 200 miliardi di euro di capitalizzazione ulteriore la cifra necessaria a colmare il gap con le imprese europee.

Anche in questa direzione andava l’ACE, Allowance for Corporate Equity, misura introdotta dal governo Monti nel 2012, che alleggeriva la pressione fiscale sugli utili reinvestiti nelle imprese, con lo scopo di incentivare proprio l’incremento dei patrimoni netti.

La ricerca di K Finance mette in luce i progressi compiuti dal sistema economico italiano, con particolare riguardo alle PMI: dal 2012 al 2015, gli incrementi nella patrimonializzazione toccano i 60 miliardi di euro, con un dato per il solo 2015 di 18,5 miliardi di euro. Non sono ancora i 200 identificati da Bankitalia, ma si tratta comunque di un dato rilevante, tanto per il tempo in cui si è raggiunto questo risultato, quanto soprattutto per la ripartizione di questa crescita nell’equity: il passo più importante sembrano averlo fatto proprio le imprese più piccole, che nel 2015 aumentano la propria capitalizzazione del doppio rispetto al 2014; i valori assoluti rimangono meno importanti (circa 1 miliardo di euro di capitalizzazione in più per le piccole imprese), tuttavia la tendenza è significativa di una presa di coscienza, e porta ad un incremento di solidità proprio laddove ce n’era più bisogno.

Nel dettaglio, il 73% del campione analizzato (circa 23.000 imprese) ha registrato un miglioramento nella solidità patrimoniale. Gli unici fattori con segno meno sono stati telecomunicazioni, petrolio e gas naturale, automotive, mentre la classifica dell’incremento positivo vede

  • Manifatturiero
  • Commercio
  • Salute e farmaceutica
  • Alimentare
  • Servizi
  • Moda e prodotti per casa e persona

Se non si può dire che, da solo, l’ACE abbia portato a questi risultati, si può concretamente supporre che la misura li abbia agevolati, e che si sia dimostrata efficace tanto da far temere gli addetti ai lavori per un suo possibile accantonamento

 

I trend di conferma dell’aumento di capitalizzazione per le imprese italiane

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Il segnale positivo fa il paio con alcuni ulteriori trend, relativi sempre ai patrimoni delle aziende

  • Il ritorno all’indebitamento, con un aumento di 390 milioni di euro: sintomo del fatto che le banche hanno ricominciato a prestare soldi alle imprese, con particolare attenzione alle medie con propensione all’export
  • L’aumentata propensione a guardare al mercato finanziario come strumento di consolidamento patrimoniale: accanto all’reinvestimento degli utili, che rimane il principale mezzo di patrimonializzazione, si fa strada un interesse finalmente attivo e consapevole per i mercati finanziari: nel 2016 il private debt ha registrato un incremento dell’87% rispetto al 2015, pur con valori assoluti ancora ridotti; il 2015 ha visto poi il massimo delle ammissioni al mercato dei titoli dal 2007, con 1,11 miliardi di raccolta in operazioni di aumento di capitale, su un totale di 5,46 miliardi.

Appare soprattutto chiaro l’indirizzo a portare anche le PMI ad avere accesso al mercato finanziario. Questo vale sia per lo Stato, che ha recentemente introdotto i PIR, che per le istituzioni borsistiche e i grandi player finanziari: questi ultimi hanno manifestato chiaro interesse nell’investimento, anche di capitale, nelle PMI; i primi invece lavorano per facilitare il concretizzarsi di questo interesse, con il dato sulle ammissioni al mercato a farne da prova.

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Image credit: shutterstock

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3 risposte a “Aprire Partita IVA nel 2015: quanto costa?”

  1. Grazie di questo preciso specchietto; chiedo anche quanto potrebbe essere un costo annuale di gestione da parte di un commercialista

  2. Ciao Paolo, grazie per il commento. Il costo annuale del commercialista dipende molto dalla zona e dal professionista che interpelli. In media si tratta di 1.000 euro all’anno ma potrebbe variare da 500 a 2.000 euro. Un altro aspetto da considerare oltre a quelli citati nell’articolo è l’adesione al regime dei minimi. Il miglior consiglio resta sempre quello di rivolgersi ad un commercialista di fiducia.

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