Rapporto Confartigianato: le 13 zavorre che frenano le piccole imprese

In un rapporto sulle imprese artigiane, i successi e le difficoltà del 2016

Redazione MondoPMI
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Il 20 giugno Confartigianato ha presentato alla propria assemblea un rapporto sulla situazione della micro e piccola impresa, l’area imprenditoriale di riferimento per l’associazione; Il rapporto Confartigianato fotografa un insieme di realtà estremamente vitali, che si scontrano però con un ambiente tendenzialmente ostile, anche laddove sarebbe normale aspettarsi supporto.

Il bilancio del 2016 sembra tornare con il segno più, per il sistema aziendale composto dagli artigiani e dalle piccole imprese; rispetto al 2015:

  • + 1,5 miliardi di export
  • + 10,7% di produttività
  • + 6,5% di spese in innovazione per addetto rispetto alla media italiana

In anni nei quali la produttività è considerata il fulcro della competitività, le imprese artigiane crescono su questo fronte di un intero ordine di grandezza in più rispetto alle grandi imprese, ed anche rispetto alla locomotiva tedesca: secondo il rapporto Confartigianato, l’incremento di produttività tra 2015 e 2016 è stato per le grandi aziende italiane dell’1,6%, mentre per le piccole imprese tedesche è stato dello 0,8%.

Le 13 zavorre nel rapporto Confartigianato

 

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Secondo Confartigianato, però, a fronte di questi progressi esiste tutta una serie di condizionamenti che colpisce gli artigiani; molti di questi sembrano arrivare proprio dalla struttura statale, da sempre vista con scarsa simpatia dalle microimprese. Il rapporto Confartigianato ne identifica in particolare 13

  • una contrazione del credito che non accenna a finire: anche negli anni degli incentivi e dei super ed iper ammortamenti, le imprese artigiane si sono viste ridurre i finanziamenti erogati di un 5.9%, che corrisponde a 2,7 miliardi in meno nelle loro casse;
  • il carico fiscale, previsto al 43% del PIL per il 2017; il peso annuale previsto per un piccolo imprenditore è di 4.373 euro;
  • il cuneo fiscale sul lavoro dipendente al 47,8% , superiore di 11,8 punti sulla media Ocse;
  • la tassazione sull’energia al 2,8% del Pil, superiore di 0,9 punti sulla media dell’Eurozona;
  • sempre sull’energia elettrica, un costo finale più alto del 25,6% rispetto alla media europea;
  • il costo del carburante, con il gasolio al prezzo più alto d’Europa;
  • le più alte tariffe per la raccolta dei rifiuti di tutta l’Eurozona;
  • 95 giorni di media per ricevere i pagamenti dalla Pubblica Amministrazione, contro i 46 di media in Europa;
  • un ritardo nell’accesso alle tecnologie di pubblico servizio, come la banda larga: solo il 15,2% delle imprese può usufruirne, contro il 31,7 della media europea;
  • la spesa per i giovani e le famiglie all’1,5 del PIL, mentre l’Europa arriva all’ 1,7;
  • i tempi della giustizia, con una media di 562 giorni in più rispetto ai paesi europei per ottenere la chiusura di un procedimento civile;
  • La concorrenza sleale da parte di evasori fiscali, contraffattori e lavoro nero, con un 15,7% di occupati irregolari registrati nel 2014, ed un peso del 19,8% della contraffazione sull’artigianato manifatturiero nel 2016
  • L’assenteismo da malattia, che mostra un 12,2 punti percentuali di differenza tra settore pubblico (14,9%) e settore privato (2,7%)

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Image credit: shutterstock

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3 risposte a “Aprire Partita IVA nel 2015: quanto costa?”

  1. Grazie di questo preciso specchietto; chiedo anche quanto potrebbe essere un costo annuale di gestione da parte di un commercialista

  2. Ciao Paolo, grazie per il commento. Il costo annuale del commercialista dipende molto dalla zona e dal professionista che interpelli. In media si tratta di 1.000 euro all’anno ma potrebbe variare da 500 a 2.000 euro. Un altro aspetto da considerare oltre a quelli citati nell’articolo è l’adesione al regime dei minimi. Il miglior consiglio resta sempre quello di rivolgersi ad un commercialista di fiducia.

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