Rischi nei PIR: quali dubbi sugli strumenti del momento?

I PIR riscuotono molto successo; è bene analizzare anche i loro "punti deboli".

Redazione MondoPMI
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rischi nei pir

I piani individuali di investimento sono sicuramente uno strumento finanziario molto appetibile al momento: tuttavia come ogni investimento presentano rischi generici, ed anche rischi specifici legati alla loro composizione; tracciare un elenco sommario dei rischi nei PIR è quanto mai utile, dato che l’interesse nei loro confronti sta crescendo.

I PIR rispecchiano altri strumenti presenti nelle normative degli stati europei, ed in Italia adempiono soprattutto ad un intento generale di politica economica: far avvicinare il mercato dei capitali alle PMI. Un intento che viene perseguito principalmente attraverso una composizione vincolata dello strumento, un orizzonte temporale minimo imposto ed un pesante sconto fiscale sugli utili (per maggiori informazioni, potete leggere il nostro articolo qui). Si tratta di un obiettivo importante, ma di per sé non può garantire che non vi siano rischi nei PIR. Inoltre, il successo che stanno registrando è agevolmente sintetizzato dai dati sulla raccolta: si stimano ad oggi 3 miliardi di euro, contro gli 1,8 inizialmente previsti per l’intero 2017. Tuttavia, anche in questo dato esiste un potenziale rischio, che va considerato con attenzione.

Rischi nei PIR: una sintesi

In sintesi, i rischi nei PIR possono essere così categorizzati

  • Rischio bolla: il vincolo di composizione fa si che almeno il 70% degli investimenti che compongono il portafoglio del PIR debba essere in aziende Italiane; di questa quantità, il 30% almeno deve provenire da titoli di imprese non inserite nel FTSE MIB (leggi: piccole e medie imprese non quotate nel mercato principale). Negli ultimi sei mesi abbiamo assistito ad una crescita significativa della domanda nei mercati dedicati alle mid-caps ed alle PMI: in questi mercati la domanda è cresciuta da un 55% fino ad un 105% in più rispetto alla crescita del FTSE MIB. Tuttavia, il numero di aziende quotate in questi mercati è limitato; Il rischio qui è che se la domanda eccede pesantemente la disponibilità di titoli di PMI, il prezzo di questi ultimi potrebbe crescere; tuttavia, non crescerebbe perché le aziende siano in grado di produrre utili, ma per effetto delle dinamiche del mercato. In altre parole, una bolla.
  • Rischio gestione: per quanto riguarda le PMI oggetto di investimento, si tratta spesso di aziende che potrebbero avere nel sistema bancario il loro primo interlocutore per finanziarsi. Se così non è, i motivi possono essere diversi: ricerca di maggiore flessibilità; necessità di supporto alla crescita; progetti con orizzonti troppo lunghi o complessi per il settore bancario. Tuttavia, secondo alcuni commentatori esistono rischi nei PIR anche su questo fronte: alcuni progetti d’impresa potrebbero non aver ricevuto il benestare del sistema bancario proprio perché inadatti ad ottenerlo. Le aziende portatrici di questi progetti potrebbero comunque finire nel portafoglio di società di gestione, creando una situazione nella quale quanto viene scartato dal sistema bancario, “rientra dalla finestra” nel sistema dell’investimento privato. In casi del genere, solo la capacità di valutazione dei gestori del PIR può fare la differenza. Non è però sempre detto che un gestore comprenda la realtà di una PMI più di un direttore di banca, con la sua presenza sul territorio e la sua rete di relazioni.
  • Rischio costi: la possibilità di “costruirsi” un PIR fai da te, su misura, rimane ad oggi piuttosto limitata. È necessario rivolgersi quindi ad intermediari, sia bancari che legati alle società di gestione. Questo può comportare costi che vanno attentamente valutati, perché potenzialmente in grado di vanificare il risparmio fiscale preventivato.
  • Rischio durata e diversificazione: per ultimo tra i rischi nei PIR va proprio l’orizzonte temporale, collegato al mercato di riferimento; se uno dei principi di riduzione del rischio è la diversificazione, i PIR potrebbero anche presentare eccessiva dipendenza dalla situazione economica italiana, visto il peso che in essi hanno gli investimenti in aziende italiane.

In conclusione, i PIR sembrano ottimi strumenti finanziari, che rispondono ad una politica economica nelle intenzioni lungimirante; tuttavia, come ogni strumento, va valutata con attenzione la loro soglia di rischio, e vanno prese accurate informazioni sul singolo contratto che si decidesse di sottoscrivere.

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3 risposte a “Aprire Partita IVA nel 2015: quanto costa?”

  1. Grazie di questo preciso specchietto; chiedo anche quanto potrebbe essere un costo annuale di gestione da parte di un commercialista

  2. Ciao Paolo, grazie per il commento. Il costo annuale del commercialista dipende molto dalla zona e dal professionista che interpelli. In media si tratta di 1.000 euro all’anno ma potrebbe variare da 500 a 2.000 euro. Un altro aspetto da considerare oltre a quelli citati nell’articolo è l’adesione al regime dei minimi. Il miglior consiglio resta sempre quello di rivolgersi ad un commercialista di fiducia.

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