Autoimprenditorialità contro la crisi. Da cosa iniziare e come andare avanti?

Redazione MondoPMI
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Il dramma sociale di una generazione (e mezza)

Non occorrono purtroppo molte parole: nei Paesi avanzati oggi sono decine di milioni i giovani tra i 15 e 24 anni che non studiano né lavorano né frequentano un corso formativo. Per restare in Europa il tasso complessivo di inoccupazione giovanile risulta del 57% in Spagna, 38% in Portogallo, 38% in Italia e 26% in Francia.
E ai giovani si uniscono milioni di over 50 che hanno perso il lavoro e rappresentano competenze che rischiano di andare perdute; un dramma sociale ed economico mai visto dal 1945. Evidente che il rigore finanziario non basta e che senza politiche europee di tipo ‘keynesiano’ non ne usciremo.
Ma ci sono anche cose che si possono fare ‘da soli’ e che peraltro corrispondono a dinamiche del lavoro in atto da tempo, un lavoro sempre più ‘soggettivo’ (anche da dipendenti) e autoimprenditivo.
Parlerò alla fine della mia esperienza professionale, sperando di dare un contributo utile.

Da dove cominciare per un progetto autoimprenditoriale?

La storia dimostra che i percorsi che portano all’imprenditorialità sono molteplici e nella mia lunga esperienza aziendale ho incontrato molti imprenditori ex dipendenti che, per necessità o per scelta, hanno deciso ad un certo punto di ‘mollare gli ormeggi’ e di ‘provarci’. Da dove partire, allora? Da se stessi.
A mio parere le caratteristiche-base dell’imprenditività si basano anzitutto su pochi assunti personali e relazionali:

  • autostima, etica e determinazione (anche io ce la posso fare) – stare in salute psicofisica
  • curiosità culturale (letture, corsi off e online, multilinguismo) e professionale (il mondo è grande e non c’è mai un solo modo di fare le cose) – esercitate la vostra creatività (tutti ce n’hanno) ma ..ascoltate i pareri degli altri
  • avere qualche competenza di base (magari anche un ‘pezzo di mestiere’) aiuta molto ma soprattutto occorre partire da bisogni ‘veri’ (a volte occulti) di coloro a cui ci rivolgiamo. In società sempre più ‘liquide’ e complesse i criteri e le modalità di acquisto/fruizione si moltiplicano generando nuove opportunità di offerta.
  • Oggi nelle aziende occorre un mix diffuso tra ‘imprenditorialità manageriale’ e ‘managerialità imprenditiva’: questo mix è una buona scuola anche per progetti in proprio o per future esperienze di manager buyout (es. entrare come soci in una pmi)
  • intraprendere significa ‘creare valore’. E a proposito di ‘fondamentali’ nel business, ricordare che innovazione non è ‘nuovismo a tutti i costi’..
  • dunque non solo hitech o i mestieri del web – con basse barriere all’entrata: anche attività tradizionali abbisognano oggi di ‘forze fresche’. Mettere nero su bianco l’eventuale ìdea imprenditoriale (insomma un sintetico business plan, con tutte le sue componenti, il budget e.. un’exit strategy)
  • capacità organizzativa e relazionale- cercare e coltivare alleanze omogenee (le reti professionali e d’impresa funzionano quando sono fatte di persone con valori simili)
  • accettare ragionevoli livelli di incertezza e saperci convivere (resilienza allo stress)
  • il lavoro non è tutto… ma ogni giorno cercate di fare un piccolo passo nella vostra road map. Non sempre innamorarsi di uno specifico business è opportuno. Occorre saper cambiare i propri programmi anche velocemente: a volte il nuovo.. va preso al volo.

Autoimprenditorialità contro la Crisi e per una società migliore

Anche OCSE e UE considerano oggi l’autoimprenditorialità come la migliore risposta al cambiamento epocale e alla Crisi in atto. Tra gli europei, noi italiani veniamo storicamente da una grande tradizione artigiana (il piacere delle cose ben fatte, diceva E.Duerkheim) e – come conferma una recentissima ricerca – l’atteggiamento verso l’autoimpiego e l’autoimprenditorialità dei giovani italiani resta sopra la media europea.
Insomma siamo tra i popoli più imprenditivi al mondo: i famosi 4.5 milioni di partite IVA: certo molte tra esse (vedi Riforma Fornero) sono inizialmente ‘forzate’, ma se ‘vissute bene’ possono costituire una base per evoluzioni successive.
Intanto oggi- soprattutto per i giovani (ma anche gli over 50 espulsi dalle aziende) – esistono in Italia numerosi indirizzi e appuntamenti dove ‘capire’ e anche cogliere occasioni: v. gli incontri tra Start-Up promossi dal sistema educativo, il ruolo molteplice degli enti formativi regionali, le fiere del franchising, i matching day di Confartigianato. Tra le fonti online è possibile consultare anche www.gioventu.gov.it,
Numerose sono le normative comunitarie, nazionali e regionali di supporto che riguardano vari settori promettenti: dalla fruizione dei beni culturali locali al turismo, dalla tutela ambientale all’innovazione tecnologica, dall’agricoltura bio alla commercializzazione dei prodotti agroalimentari tipici. Naturalmente ciascuno dei supporti – che prevedono anche contributi economici a fondo perduto o cofinanziamenti agevolati- reclama un progetto credibile (il business plan, appunto) affinchè si passi dall’idea al progetto concreto. E reclama anche un accompagnamento costante.

Ma anzitutto occorre uno spirito autoimprenditivo, una volontà di migliorare le cose per se stessi e per la società. Anche superando certi limiti ‘burocratici’ che sconfortano e purtroppo permangono nelle procedure di supporto e scarso accompagnamento. Come abbiamo sottolineato, molti prodotti o servizi innovativi non sono limitati all’Hi-Tech o alle professioni ‘liberali’ classiche (peraltro sempre più frammentate e che soffrono) ma si sviluppano anche in attività tradizionali: non è questione di old o new economy ma solo di good economy. Insomma abbiamo bisogno anche di idraulici moderni, di falegnami diplomati che sappiano progettare in 3D, di operai e capireparto esperti di tecniche lean, di operatori ‘multitasking’ per attività in difesa dei suoli, di addetti ai servizi assistenziali sul territorio, di operatori turistici plurilingui e culturalmente preparati, di gestori di alberghi o agriturismo innovativi e amanti dell’ambiente ecc.

Tralasciando le polemiche sui giovani ‘troppo choosy’, sottolineiamo come una società moderna ha bisogno di molti tipi di attività capaci di produrre valore. Molte tra queste non possono essere ‘people intensive’ e sono perciò basate su microimprese ‘ibridate’ tra la manifattura e i servizi, opportunamente connesse in reti collaborative. Attività che partono spesso dall’autoimpiego ma che – al di là delle formule contrattuali o giuridiche – possono diventare via via ‘imprese vere’, orientate al profit o al non profit. E la cooperazione resta uno modi più efficaci per organizzarsi. Perciò la somma sinergica di queste iniziative autoimprenditive/imprenditoriali può generare grandi opportunità in uno scenario 2013 dove- per i noti fattori- la percentuale di occupati a tempo indeterminato sta calando vertiginosamente e dove si riducono anche le risorse pubbliche.

Della serie: si può fare!

Scusate se termino parlando un po’ di me. Nel 1989 avevo 38 anni e tenevo famiglia. Dopo 15 anni quale manager commerciale in alcune industrie friulane di arredamento, decisi di utilizzare le mie competenze diventando consulente di marketing free lance e aprendo una Partita IVA. Mi spingevano sostanzialmente due cose: il desiderio di valorizzarmi professionalmente e la consapevolezza che è meglio avere ‘molti padroni’ piuttosto che ‘un padrone’. Era dispiaciuto che me ne andassi il mio ultimo datore di lavoro (un imprenditore di successo, ex operaio e di grande umanità) ma disse :’ sei giovane e fai bene a provarci’.

Il momento era effettivamente proficuo (non c’era ‘crisi’) e il mio target furono da subito le Piccole Medie Imprese manifatturiere, a cui si aggiunse via via una crescente attività formativa verso manager e imprenditori (allora eravamo pochi nel NordEst a sapere qualcosa di marketing avendo un background aziendale).I primi due anni passarono tra qualche esperienza di temporary manager e la consulenza vera e propria: mi ci volle qualche tempo per ‘ingranare’ e capire che ormai facevo un mestiere diverso da prima… Insomma navigavo ancora tra autoimpiego e professione ‘vera’.

Fu decisivo il mio incontro con una importante società di consulenza del triveneto (abbiamo collaborato per 12 anni) e a cui sono molto grato per avermi permesso di lavorare in un team interdisciplinare e mi ha insegnato l’autoimprenditorialità a 360°. Mi rimisi a studiare avidamente: molti sabato e domenica erano dedicati all’autoformazione. Parallelamente capivo che ‘da soli’ non si va da nessuna parte: mi iscrissi subito all’APCO e comincia a fare vita associativa professionale. Iniziai a frequentare anche le associazioni imprenditoriali del territorio per farmi conoscere con conferenze e seminari.

Cominciai anche a scrivere articoli su temi di marketing & vendite per riviste nazionali specializzate, materiali che poi utilizzavo come promozione B2B. Ho cercato sempre di diffondere una visione umanistica ed etica del management, oltre che a fornire soluzioni concrete per il business, allargando via via le mie competenze e collaborando sinora con circa 250 aziende ed enti del Centro-Nord. Infine ho avuto la soddisfazione di essere docente a contratto per 7 anni all’Università di Udine.

Tutto bene allora? No, oggi non solo non mi sento ‘arrivato’ ma – come tanti colleghi e tante aziende- devo fare i conti con la Grande Recessione in atto dal 2008 e con i nuovi paradigmi competitivi. E continuare a impegnarmi con dedizione, guardando il bicchiere ‘mezzo pieno’.

 

Articolo redatto da:

www.baldassi.it

 

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3 risposte a “Aprire Partita IVA nel 2015: quanto costa?”

  1. Grazie di questo preciso specchietto; chiedo anche quanto potrebbe essere un costo annuale di gestione da parte di un commercialista

  2. Ciao Paolo, grazie per il commento. Il costo annuale del commercialista dipende molto dalla zona e dal professionista che interpelli. In media si tratta di 1.000 euro all’anno ma potrebbe variare da 500 a 2.000 euro. Un altro aspetto da considerare oltre a quelli citati nell’articolo è l’adesione al regime dei minimi. Il miglior consiglio resta sempre quello di rivolgersi ad un commercialista di fiducia.

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