“Esportare l’Italia”: l’intervista ad Antonio Belloni

Studio Baldassi
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Esportare l'Italia

Pochi giorni fa abbiamo descritto le PMI italiane come regine dell’export, segno evidente del peso sempre crescente delle aziende meno strutturate nel commercio internazionale. Vendere oltre i confini nazionali è una strada da percorrere con lungimiranza e dedizione, ma soprattutto con coraggio. Il coraggio di accettare una sfida ad alta competizione, che se vinta può generare un vantaggio competitivo sostenibile e duraturo. Ne abbiamo parlato con Antonio Belloni, autore del libro “Esportare l’Italia” al quale abbiamo posto alcune domande per approfondire il tema:

In un periodo di crisi come questo l’export rappresenta uno dei principali fattori di successo per le PMI. Come si può descrivere l’attuale situazione delle aziende italiane?

Le aziende italiane che si rivolgo al mercato interno, per la maggior parte, sono in forte difficoltà: il calo dei consumi è consistente, gli investimenti languono e il lavoro diminuisce. Le aziende che esportano, quindi che si rivolgono a mercati esteri, sono invece ben messe: quelle ben attrezzate volano, assumono e crescono, e quelle che sono meno strutturate e preparate all’esportazione ma si rivolgono comunque all’estero resistono meglio di quelle che sono afflitte da cali del “fatturato Italia” a due cifre.

L’export non è per tutti, ma oggi sono in molti a provarci, convinti giustamente che sia più che mai necessario, benché stia diventando più difficile, sia per la competizione internazionale che per l’instabilità dei mercati.

Quali sono le principali barriere che impediscono alle PMI di aprirsi all’estero?

Ci sono più piani di analisi. Ci sono difficoltà più o meno complesse che sono legate all’azienda, al suo contesto geografico o di mercato/settore, o persino alla sua struttura interna. Hanno magari una dimensione troppo ridotta per esportare, una produzione rigida o un prodotto non adattabile ai consumatori esteri; o ancora hanno la difficoltà di inserirsi in canali distribuitivi efficienti; ma possono avere anche ostacoli interni più semplici, come un management che ignora le opportunità che sorgono dai mercati esteri, o figure professionali non adeguate ad un processo di internazionalizzazione anche semplice, che non sanno neanche l’inglese.

Le difficoltà o barriere esterne dipendono invece da due variabili: i mercati ed i consumatori esteri. Spesso i mercati esteri giocano in difesa, e si difendono dalla concorrenza internazionale con misure protezionistiche che bloccano l’entrata dei prodotti, definendone quantità, caratteristiche sanitarie o fitosanitarie molto stringenti (penso all’alimentare); altre volte, e più dolorsamente, giocano all’attacco in maniera sleale, ed in barba alla reciprocità, il “gioco alla pari” che dovrebbe stare alla base di un sano mercato libero, fanno concorrenza con la contraffazione ed il falso.

Ma anche le barriere di una politica inefficace, di una burocrazia asfissiante e di una tassazione eccessiva penalizzano le imprese che vanno all’estero, che devono invece competere e confrontarsi con quelle di paesi che non hanno questi problemi.

Vi sono degli aiuti di natura finanziaria ed informativa per le PMI che intendono vendere in altri paesi?

I tipi di aiuti sono reali, quindi servizi e assistenza, oppure finanziari, che puntano all’abbattimento dei primi costi che l’azienda deve affrontare per andare all’estero, e variano da Regione a Provincia a contesto economico e politico. È un mercato di prodotti giovane, che è nel vivo della sua espansione, essendo sempre più le imprese intenzionate a giocare la carta “estero”.

Ogni volta che si scrive un libro si cerca di lasciare al lettore un messaggio, qual è il suo relativamente al futuro del tessuto imprenditoriale italiano? 

Per le nostre Piccole Medie Imprese il messaggio è chiaro e semplice: l’export non basta, ma aiuta. Se non vendi i tuoi prodotti all’estero, sarà difficile crescere, prosperare, assumere.

Per i nostri governi è altrettanto chiaro: la nuova guerra del PIL si fa sul piano economico. Se un sistema economico nazionale è efficiente ed efficace, e consente al privato di essere libero, fare battaglie a colpi di fette di mercato estero penetrato e a colpi di aziende acquisite – vediamo le vicende LVMH – allora il paese prospera. Questa battaglia economica non ha più confini geografici, quindi i campioni nazionali non giocano più la partita nel paese, ma fuori.

 

Contatti:
Antonio Belloni, autore di Esportare l’Italia:
twitter.com/antoniobelloni1

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Studio Baldassi

Dal 1990 lo Studio Baldassi affianca imprese e organizzazioni di vari settori merceologici, prevalentemente PMI del Nord Italia, e recentemente anche la Pubblica Amministrazione. La sua missione: ‘aiutare le aziende ad aiutarsi' per un business migliore.

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3 risposte a “Aprire Partita IVA nel 2015: quanto costa?”

  1. Grazie di questo preciso specchietto; chiedo anche quanto potrebbe essere un costo annuale di gestione da parte di un commercialista

  2. Ciao Paolo, grazie per il commento. Il costo annuale del commercialista dipende molto dalla zona e dal professionista che interpelli. In media si tratta di 1.000 euro all’anno ma potrebbe variare da 500 a 2.000 euro. Un altro aspetto da considerare oltre a quelli citati nell’articolo è l’adesione al regime dei minimi. Il miglior consiglio resta sempre quello di rivolgersi ad un commercialista di fiducia.

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