Smart working: il lavoro agile anche nelle PMI

Una rivoluzione di mentalità passa anche dalle piccole imprese.

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Il 18 febbraio si è tenuta la terza ‘Giornata del Lavoro Agile’, lo smart working, promosso dal comune di Milano e che pian piano sta coinvolgendo tutta Italia.

Il concetto di flessibilità lavorativa è un tema che copre e tocca diversi argomenti e sensibilità anche nelle PMI: fiducia, autonomia dei lavoratori dipendenti, obiettivi di riorganizzazione del lavoro aziendale.

Lavorare agilmente significa questo: scordarsi il posto di lavoro fisso, inteso come ‘luogo scrivania’, ma pensare a nuovi modi di produrre.
Smart work quindi è un concetto nuovo e rivoluzionario per la realtà italiana fatta come ben sappiamo da tante PMI (e di imprenditori abituati a vedere il lavoratore in ufficio), ma è ben conosciuto dalle grandi aziende come Google, Microsoft, General Motors, Virgin che hanno fatto della fiducia al dipendente il loro cavallo di battaglia. Il concetto di smart work è quindi semplice: purchè il tipo di lavoro lo permetta offrimi risultati, dove come quando lavori ‘non mi interessa’.

E l’Osservatorio Smart Working dalla School of Management del Politecnico di Milano, cosa dice?

Come vedi non stiamo parlando di teorie, ma sullo smart work anche il Politecnico ha già lanciato un osservatorio dedicato che ha già restituito dati interessanti anche se forse poco esaltanti.

Lo smart working nelle PMI ha una diffusione ancora molto limitata: si conosce il concetto e le potenzialità, ma solo il 5% dichiara di avere dei progetti strutturati in proposito, mentre un’azienda su due conferma di non essere interessata. Numeri ben differenti su imprese più grandi che dichiarano il loro interesse nel 37% dei casi e solo il 3% dice di non sapere cosa sia o di non esserne interessato.

Così come per tutte le novità di tipo organizzativo e gestionale aziendale che coinvolgono i dipendenti, i più grandi cambiamenti si hanno quando è presente un responsabile HR o IT particolarmente sensibile al tema (il cambiamento secondo la ricerca avviene con la prima figura nel 71% dei casi e con la seconda nel 37% dei casi).

L’avvio di attività legate allo smart working è relativamente breve: il 32% delle organizzazioni che oggi stanno pian piano avviandosi a questo nuovo concetto hanno iniziato a strutturarlo un anno fa e solo 1/3 prevede circa tre anni di progettazione e rodaggio.

Quali benefici per un’azienda?

L’Ossevatorio del Politecnico definisce lo smart working così:

‘Smart Working significa ripensare il lavoro in un’ottica più intelligente, mettere in discussione i tradizionali vincoli legati a luogo e orario di lavoro lasciando alle persone maggiore autonomia nel definire le modalità di lavoro a fronte di una loro maggiore responsabilizzazione sui risultati. Autonomia, ma anche flessibilità, responsabilizzazione e fiducia diventano i principi chiave di questo nuovo approccio al lavoro”.

Pensando alle PMI credo sia chiaro a tutti che lo scoglio più grande sia proprio andare contro la mentalità old style’ del controllo: ‘ti vedo = lavori’. Sappiamo bene invece che tutte queste politiche gerarchico-oriented (se così possiamo definirle), hanno ormai vita breve.

Concentrarsi sui temi come fiducia, obiettivi, permette di tornare a far percepire al collaboratore/dipendente la responsabilità di raggiungere risultati e, per questo, di essere poi ricompensati. Dipendenti soddisfatti aumentano la redditività e la percentuale del tuo fatturato. Senza scomodare le tante ricerche che testimoniano concretamente queste teorie, posso sinceramente intravedere un unico e grande problema. Oltre alle resistenze di imprenditori legati al modo classico e tradizionale di fare impresa, il dipendente sarà in grado di gestire al meglio questa ampia possibilità di manovra? E in caso non dovesse dare i propri risultati, l’imprenditore ha già a disposizione leggi e regolamenti aggiornati che permettano di prendere provvedimenti disciplinari nel caso in cui, in ottica di smart working, il proprio collaboratore non dovesse portare i risultati attesi?

Torniamo quindi ancora una volta al tema dell’importanza di una rivoluzione culturale e digitale che deve necessariamente essere rilanciata e perseguita in ogni organizzazione, partendo dalle PMI: imprenditori, dipendenti, leggi e regolamenti… tutto deve spingere verso questa strada in modo uniforme e coerente. Se questo non dovesse avvenire, se solo una delle parti non è convinta delle possibilità che la cultura digitale può concretamente portare, tutti gli sforzi risulteranno vani.

Ricorda che oggi sia con lo smart working, o meno, è chi è più veloce che vince. Se stai ancora pensando se lo smart working sia o meno una possibilità per le aziende, hai già perso un treno. Ora però agisci e chiediti: nella mia realtà potrei applicarlo? Come? Con quali risultati?

Image Credit: shutterstock

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Rosa Giuffrè

Mi occupo di comunicazione, strategie digitali e digital coaching: aiuto le persone, le aziende e le PMI a comunicare meglio nel web e sui social network. Sono autrice del libro ‘Cambia testa e potenzia la tua azienda con la cultura digitale’ (Editore: Dario Flaccovio), Web Writer e Responsabile Editoriale per alcuni portali. Collaboro con enti di formazione, scuole, agenzie e professionisti in tutta Italia e in Svizzera.

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3 risposte a “Aprire Partita IVA nel 2015: quanto costa?”

  1. Grazie di questo preciso specchietto; chiedo anche quanto potrebbe essere un costo annuale di gestione da parte di un commercialista

  2. Ciao Paolo, grazie per il commento. Il costo annuale del commercialista dipende molto dalla zona e dal professionista che interpelli. In media si tratta di 1.000 euro all’anno ma potrebbe variare da 500 a 2.000 euro. Un altro aspetto da considerare oltre a quelli citati nell’articolo è l’adesione al regime dei minimi. Il miglior consiglio resta sempre quello di rivolgersi ad un commercialista di fiducia.

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