Gli imprenditori italiani e la voglia di ripartire dall’estero

Studio Baldassi
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Qualche settimana fa abbiamo presentato uno studio de Il Sole 24 Ore dedicato ai rischi della delocalizzazione per le PMI. Da quanto emergeva dalla ricerca, spostare i propri impianti e la propria produzione all’estero era una volontà paventata da molti, ma nella pratica realizzata in maniera molto ridotta.

Il problema più comune nella adozione di una strategia di delocalizzazione è essenzialmente quello monetario: spesso infatti il risparmio fiscale connesso a questa decisione non viene perfettamente ripagato. Si pensi ad esempio ad un’azienda che si sposta oltreconfine, mantenendo comunque una forte interdipendenza con i fornitori italiani: il costo della dogana potrebbe rendere vani gli sforzi compiuti per riallocare la produzione.

Se da una parte i reali passaggi oltreconfine sono ridotti, diverso è il pensiero comune. Da una ricerca dell’agenzia di comunicazione Found! infatti emerge che su 120 imprenditori intervistati, ben il 52% degli intervistati ha dichiarato di volersi trasferire all’estero per esercitare la propria attività.

I motivi di questa scelta sono noti:

  • elevata pressione fiscale;
  • eccessiva burocrazia ed insufficiente impegno istituzionale per migliorare la situazione.

Ciò che gli imprenditori lamentano in particolare è la scarsa possibilità di crescere e competere in un mercato sempre più globale. Le mete più ambite infatti risultano essere la Germania per il 34% del campione, e i Paesi nordici per il 28%, dove la spinta delle istituzioni al fare impresa e al miglioramento del contesto produttivo, permette dei tassi di crescita industriali e manufatturieri molto più elevato all’Italia.

Interessante e certamente motivante capire quali criteri scelgono i titolari d’impresa per resistere alla crisi: a parità di altre  condizioni, il 31% hanno utilizzato la leva del costo, mentre il 23% ha agito sulla qualità del prodotto/servizio per garantirsi un’efficace e sostenibile vantaggio competitivo.

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