Imprenditori: collaborare per avere successo

Studio Baldassi
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In un recente studio condotto da Rebbeca Harding, CEO di Delta Economics emerge come la figura classica dell’imprenditore stia cambiando. Lo stereotipo del manager senza scrupoli interessato solo al profitto sta lentamente scomparendo a favore di una visione più collaborativa. Tra gli imprenditori intervistati, solo il 55% ha citato il guadagno personale come fattore chiave per il proprio lavoro, mentre l’80% ha affermato di aver dato vita a un azienda partendo da un’idea o da un sogno che volevano realizzare e sviluppare.

Gli imprenditori collaborativi inoltre sembrano creare anche maggiori opportunità occupazionali: dall’analisi svolta, chi collabora in media crea 30 nuovi posti di lavoro nei primi tre anni contro i 12 dei manager più conservativi. Per loro si osserva inoltre una maggiore profittabilità, maggiore disponibilità finanziaria e brand più forti e competitivi.  Collaborare con gli stakeholders e con altri titolari d’impresa diventa quindi sempre più una scelta obbligata.

In Italia però le reti d’impresa sono ancora uno strumento poco utilizzato, visto ancora con sospetto in favore di un approccio non collaborativo. I dati, relativi ad un’indagine Unioncamere dello scorso aprile, evidenziano comunque un aumento di questa tipologia di legame burocratico con 768 contratti di rete avviati e quasi 4.000 soggetti coinvolti tra Piccole Medie Imprese, fondazioni e associazioni sparse in quasi tutto il territorio italiano.

La ricerca effettuata evidenzia una marcata territorialità dei contratti di rete, con quasi la metà degli accordi instaurati tra soggetti della stessa provincia e ben 565 su 768 tra soggetti della stessa regione con in testa Emilia Romagna, Lombardia e Veneto. Recenti studi di altre associazioni evidenziano come il fenomeno stia crescendo, con 94 nuove reti nei primi tre mesi del 2013 e aumenti del fatturato del 10,1% rispetto al 4,6% delle imprese non in rete. Considerando però le milioni di PMI presenti in Italia questi numeri non offrono certamente un visione positiva sullo stato dell’arte dell’aggregazione tra imprese, ancora  sottovalutata.