L’Unione Europea rilancia la proposta di salario minimo garantito per tutti

Studio Baldassi
0
0

Il Parlamento Europeo ha stimato che dagli inizi della crisi, nel 2008, sono altre 6 milioni i cittadini UE che hanno perso il proprio posto di lavoro e, per tutelare le fasce più svantaggiate della popolazione, ha invitato gli Stati membri a tutelare maggiormente i lavoratori stabilendo un salario minimo garantito a tutti.

La risoluzione dell’Europarlamento è rivolta soprattutto a quei Paesi in cui la definizione di un salario minimo viene lasciata alla contrattazione delle parti sociali: Italia, Germania, Austria, Danimarca, Cipro, Finlandia, Svezia e Norvegia.

In tutti gli altri Stati, infatti, la materia è regolata dai governi a livello centrale, attraverso una rivalutazione, su base semestrale o annuale (in base all’inflazione), della paga spettante ad operai ed impiegati. Esiste, tuttavia, una forte disomogeneità tra i livelli di salario minimo riconosciuti da ciascun Paese (anche a causa del diverso costo della vita relativo ad ognuno): il più generoso sembrerebbe essere il Lussemburgo con 1.800 euro al mese, contro i 180 della Bulgaria. Estremi a parte, la media europea è di 970 euro al mese: Olanda e Belgio riconoscono ai propri lavoratori un minimo di 1.440 euro mensili, seguiti da Francia (1.400 euro), Grecia (876 euro) e Spagna (748 euro al mese). Data la forte esposizione alla crisi di questi ultimi due Paesi, d’altra parte, i rispettivi governi hanno già annunciato una prossima revisione al ribasso delle quote di salario minimo, al contrario del parlamento francese che ha invece in programma di aumentarlo.

La parificazione dei salari minimi sembra cosa non facile, soprattutto considerando l’estrema diversità delle strategie adottate da ciascun governo in tema di politiche di licenziamento da un lato, e gestione dei sussidi di disoccupazione dall’altro. In Francia, ad esempio, il sussidio generale di disoccupazione (tra il 40 ed il 57% circa del salario giornaliero, con un minimo di 39 euro al giorno) spetta solo ai lavoratori che hanno versato almeno 4 mensilità contributive nei precedenti 28 mesi, mentre in Germania ne ha diritto solo chi ha lavorato almeno 1 anno nei due precedenti al licenziamento (60-67% dell’ultimo salario a seconda che si abbiano o meno figli a carico); in Portogallo, invece, servono almeno 450 giorni di lavoro in 2 anni per ottenere il sussidio (65% della media dei cedolini dell’ultimo anno), diversamente dalla Grecia in cui basta aver lavorato 125 giorni negli ultimi 14 mesi (il sussidio, qui, è pari al 40-50% dell’ultimo stipendio).

Differenze come queste rendono sempre più ambiziosi gli obiettivi occupazionali stabiliti dalla strategia europea 2020: portare il tasso di occupazione della popolazione di età compresa tra i 24 e i 60 anni ad almeno il 75%, riducendo di 20 milioni il numero di persone che vivono in povertà.