Tutelare il Made in Italy: qualche consiglio operativo

Studio Baldassi
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Esportare l’eccellenza italiana nel mondo ha rappresentato per alcune Piccole Medie Imprese nazionali la salvezza dalla crisi. L’economia del nostro Paese infatti, non si fonda unicamente sulla passione e lungimiranza degli imprenditori, quanto sulle loro capacità di creare dei prodotti di qualità talvolta unici al mondo.

Si pensi alle produzioni artigianali provenienti dai diversi distretti, output produttivi che variano dall’agroalimentare alla moda, dall’occhialeria alla lavorazione della pelle. Qualche giorno fa abbiamo evidenziato in un articolo come il valore dell’export nei distretti sia stato capace di raggiungere dei livelli pre-crisi, dando ossigeno non solo alle aziende esportatrici, ma anche a tutto l’indotto.

Qualche giorno fa Carlo Calenda, Vice Ministro allo Sviluppo Economico, ha rilasciato una dichiarazione a Il Sole 24 Ore nella quale invitava l’Europa a fornire delle indicazioni più forti nella tutela del prodotto italiano nel mondo. Il Vice Ministro ha posto l’accento su tre fenomeni che stanno restringendo il valore di qualità e unicità del Made in Italy all’estero, ossia:

  • la contraffazione;
  • il mancato riconoscimento dell’indicazione geografica;
  • il fenomeno dell’Italian Sounding, ossia il problema dell’imitazione dei prodotti nazionali.

Il danno economico derivante da queste pratiche è enorme, non sono a livello nazionale, ma anche per le PMI che operano nella lavorazione di questi beni. Quali sono dunque le modalità per tutelare i propri prodotti dal rischio di imitazione/contraffazione? Ecco alcune considerazioni operative, valide soprattutto in ambito alimentare:

  • Che cos’è il made in Italy?

I prodotti definiti Made in Italy non hanno solo una valenza di natura intellettuale o di capacità produttiva. Essi infatti sono tali se le materie provengono dal territorio, se l’azienda produttrice è situata in Italia e soprattutto se godono della tutela doganale, ossia se sono soggetti al pagamento di un dazio sulla base di accordi preferenziali o non preferenziali.

  • Produzione

Per tutelare le eccellenze nazionali, a livello comunitario vige una norma a favore della trasparenza del luogo di origine dei beni: è infatti vietato “indicare sulle merci o sulle confezioni l’origine dei prodotti che possano trarre in inganno il consumatore sull’effettivo luogo di produzione dei beni“. Per tutti i prodotti, anche quelli non IGP o DOP se pensiamo all’agroalimentare, deve essere correttamente indicato il luogo di produzione del bene o quello dove ha subito l’ultima trasformazione.

  • Tracciabilità

Da gennaio 2005 è fatto obbligo la tracciabilità dei prodotti in ogni fase della filiera produttiva. L’interesse della norma non è solo la tutela del prodotto, ma anche offrire al consumatore la maggior trasparenza possibile e la responsabilizzazione degli operatori.

  • Marchio

Sempre nel settore agroalimentare, dal 2006 sono variate alcune norme di tutela, volte a migliorare la legislazione esistente dal 1992. L’obiettivo era quello di far accedere ad una determinata tutela tutti i prodotti che dimostrassero un collegamento tra il luogo geografico di produzione e le caratteristiche del bene (tutela DOP, IGP, STG). Inoltre è garantito anche il marchio collettivo, dove il produttore può commercializzarlo dimostrando l’origine, la natura e la qualità di tali prodotti.