Brexit e PMI: ci potrebbe costare 1,12 miliardi di euro

I dazi colpiranno diversamente i vari comparti e prodotti.

Redazione MondoPMI
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Quali saranno le ricadute della Brexit per le imprese italiane? Se lo chiedono tutti già da qualche giorno, ma oggi a fare un po’ di chiarezza è Prometeia, azienda di consulenza, che giunge a dare numeri precisi sull’impatto che avrà l’uscita della Gran Bretagna sull’export Made in Italy.

La reintroduzione dei dazi, non più previsti negli scambi con i Paesi UE a seguito dell’ingresso britannico nel mercato unico nel 1973, potrebbe valere più del 5% del valore esportato, che secondo l’Istat nel 2015 è stato di 22,5 miliardi di euro. La Brexit, quindi, potrebbe costare alle PMI italiane 1,12 miliardi di euro, una cifra pari allo 0,25% dell’export italiano nel mondo. Quello del dazio, quindi, sarà un onere aggiuntivo che per le aziende italiane si tradurrà o in prezzi meno competitivi o in un sacrificio dei margini da parte degli esportatori.

Dazi differenziati per prodotti

Un ulteriore punto a sfavore per le nostre imprese potrebbe dipendere dalla loro specializzazione, visto che gli accordi attualmente vigenti tra Gran Bretagna e Paesi Extra UE prevedono dazi diversificati in base alla tipologia di prodotti importati. Le tariffe d’ingresso verso paesi terzi, ad esempio, superano il 30% in molte produzioni alimentari (come lo zucchero e i latticini), mentre risultano molto più contenute per produzioni a maggiore componente innovativa, come la farmaceutica.

Proprio i settori della meccanica, della farmaceutica e degli altri mezzi di trasporto, rappresentano un quarto dell’export manifatturiero Italiano nel paese, ed è questo a rende il problema Brexit meno stringente le imprese italiane che fanno capo a questi settori a media-alta specializzazione tecnologica.

Abbigliamento e agroalimentare i settori più colpiti

Ben diverso, invece, potrebbe essere l’impatto sulle aziende del Made in Italy più tradizionale, che vedrebbero penalizzati molti comparti manifatturieri a partire dall’agroalimentare e dall’abbigliamento.

Ipotizzando l’applicazione delle tariffe medie di comparto ai flussi effettivi del 2015, quindi, le imprese alimentari italiane arriverebbero a perdere 450 milioni di euro (il 14% delle proprie vendite sul mercato), mentre la moda dovrebbe far fronte ad una perdita di oltre 200 milioni di euro (il 9% dell’esportato).

All’interno del settore agroalimentare, particolarmente in allarme a seguito della Brexit, è il comparto vitivinicolo. La Gran Bretagna, infatti, nei primi tre mesi del 2016 si è affermato come primo mercato mondiale per lo spumante italiano, con un incremento del 38% di bottiglie vendute rispetto alla fine del 2015, secondo le stime Coldiretti. Per il vino in generale, invece, quello britannico è il terzo mercato per esportazioni, come evidenziano i dati di Federvini.

Va ricordato, comunque, che si tratta per il momento soltanto di stime e che il processo per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea sarà piuttosto lungo. L’impatto sulle imprese italiane, quindi, sarà subordinato agli accordi che verranno stabiliti in futuro per il commercio con il Regno Unito.

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