L’importanza strategica dello Smart Working per le PMI

Oggi gli smart worker in Italia sono 480 mila ma il lavoro da remoto continua a non convincere le piccole e medie aziende.

Redazione MondoPMI
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Smart working intervista Daniele Bacchi

“Lo smart working, quello vero, è una questione di cultura, di focus, di obiettivi. Un modo per ribaltare il paradigma lavorativo che porta i dipendenti ad aver voglia di scappare dall’ufficio, per abbracciare una filosofia nuova: ottimizzare i tempi per raggiungere un risultato in maniera flessibile e dinamica”.

Fino a due anni fa Daniele Bacchi era un manager come altri, con una decennale esperienza nel settore della ricerca e selezione del personale. Poi un bel giorno, insieme a quello che oggi è il suo socio, l’idea: fondere le comprovate tecniche di recruiting con il know-how di conoscenze e innovazione garantito dalle tecnologie informatiche. Così sono nate R-everse e Reallyzation: strumenti per le aziende alla ricerca di personale altamente specializzato e qualificato, soprattutto nel settore ICT.

E fin da subito, Daniele ha adottato per le sue imprese una filosofia innovativa quanto poco spesso tentata dalle PMI italiane: quella di costituire aziende  remote working oriented.  Del resto, sono trascorsi ben due anni dalla legge sul Lavoro Agile in Italia – la numero 81 del 22 Maggio 2017 – e da quel momento lo smart working non ha fatto altro che crescere e diffondersi nelle nelle grandi imprese e nella Pubblica Amministrazione. Oggi gli smart worker nel paese sono 480 mila, come ha riferito l’ultima ricerca dell’Osservatorio per la Digital Innovation del Politecnico di Milano, ma gli esperimenti di lavoro da remoto continuano a non convincere le aziende di piccole e medie dimensioni.

Perché questa problematica continua a ripresentarsi? E perché, al contrario di quanto si pensi, lo smart working è un’opportunità per le realtà piccole di attrarre e competere con le grandi imprese nella ricerca di talenti?

Per tentare di dare delle risposte esaustive, abbiamo proposto questi quesiti proprio a Daniele Bacchi, ottenendo uno sguardo d’insieme diverso e stupefacente.

Si parla tanto di Smart Working ma non lo si fa molto in Italia: qual è il tuo punto di vista e perché c’è resistenza a questo cambiamento?

“So di dire una cosa in controtendenza, ma non credo che ci sia una vera resistenza a questo cambiamento. Secondo me lo Smart Working deve essere accompagnato a una capacità di organizzare le aziende, i ruoli e le attività lavorative giornaliere delle persone. Mentre spesso, soprattutto in Italia, viene interpretato come “mi fido o non mi fido del mio dipendente che lavora da casa?” No, non può essere così. Non può essere tutta una questione di fiducia,questione che se ci pensate bene si presenta anche in ufficio: non mi metterei mai – e spero che nessuno lo faccia per davvero – a fissare il monitor dei miei dipendenti per tutto il tempo. Quella della fiducia è piuttosto una scusa, per nascondere che lo smart working è bloccato perché non si riesce a organizzare le aziende in modo tale da dotare una o più persone di strumenti, processi chiari, obiettivi da raggiungere e tutto sia declinato in task e attività giornaliere ben gestite.

Per fortuna non è così per tutti i settori: basta guardare il mondo dei programmatori informatici, dove le pratiche di lavoro da remoto sono già molto diffuse. Qui gli strumenti, in primis quelli tecnologici, per organizzazione il lavoro al meglio sono già molto avanti e infatti il settore (e i suoi professionisti) ne beneficiano a piene mani”.

 

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Dalla tua esperienza, Smart Working e misure di Welfare sono doverosi in un’azienda italiana? O se ne può fare a meno?

 “Non bisogna imporsi di fare qualcosa. Non amo le cose calate dall’alto perché ‘così ha detto qualcuno’. Per me che sono un imprenditore di una PMI lo smart working e le misure di welfare aziendale sono strumenti per potermi accaparrare i migliori talenti e competere sul mercato con le grandi aziende. Oggi devo offrire ai dipendenti migliori qualcosa in più, qualcosa che li faccia affezionare alla mia azienda, che li sproni continuamente a dare il meglio. Insomma o li pago di più o sono organizzato a tal punto che le persone possono lavorare dove vogliono e magari scegliere dei benefit che li soddisfino.

Lo smart working oltretutto aumenta la produttività, non la diminuisce. Sono più produttivo quando sono solo e ho meno distrazioni o quando sono in ufficio con di fianco altre 10, 20, 30 persone? Questo è un quesito che vorrei porre ai dipendenti di tante aziende”.

Hai un caso di successo da raccontarci in cui smart working o altre misure a favore dei lavoratori siano protagoniste?

“I casi di successo che posso citare sono proprio i clienti di Reallyzation e R-everse, che attraverso la selezione che svolgiamo per loro riescono a ottenere performance migliori, ingaggiando profili altamente ricercati sul mercato, che magari hanno già nel curriculum la gestione di progetti complessi in importanti realtà. Ma queste realtà non offrono loro l’opportunità di lavorare da casa o magari di avere uno sconto per la palestra a un passo dal proprio appartamento. E così, il gioco è fatto…”

Per te cosa deve fare, oggi, un giovane appena uscito dalle scuole superiori o dall’università, per avvicinarsi al mondo del lavoro e differenziarsi dagli altri candidati?

Il segreto è basare le proprie scelte su obiettivi ben chiari, anche a livello di orientamento. Pongo due esempi per capirci: se voglio fare il calciatore professionista so che per farlo dovrò vincere la concorrenza di milioni di ragazzi che vogliono fare il calciatore come me. Se voglio fare il giornalista sportivo dovrò prepararmi per competere per quel centinaio di posizioni che ci sono oggi in Italia con centinaia di migliaia di persone.

Se invece so che c’è un settore in cui le aziende cercano 50/100 persone e ne trovano di media due, come è oggi lo stato dell’arte dei lavori ICT in Europa, saprò anche che sarà più semplice trovare lavoro poi. Magari è brutale da dire, ma bisogna fare delle scelte consapevoli sulla base dei dati.

Il modello rappresentato da Reallyzation può in qualche maniera essere esportato, in futuro, anche per altri settori oltre all’Information Technology?

“Sì, è un modello che può essere adottato anche in altri settori. La costante su cui Reallyzation si basa è una: trovare nicchie di mercato dove c’è tantissima offerta e dove i candidati sono pochi rispetto alle richieste. Un esempio? La Svizzera e il Canada ora hanno una forte richiesta di risorse in ambito medico. Ben presto inizieranno a cercare queste risorse all’estero: e se ci fosse un sito in grado di svolgere questa selezione per loro…“

 

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Image credit: shutterstock