Il distretto tessile di Prato combatte contro i concorrenti in casa

Redazione MondoPMI
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Il distretto tessile di Prato è uno dei casi più emblematici della crisi economica in cui versa l’Italia. In passato era uno dei principali produttori di filati d’Europa, mentre oggi la fortuna delle PMI locali è calata in favore delle imprese cinesi che si sono appropriate delle fabbriche una volta occupate da aziende storiche per produrre capi di moda a bassissimo costo. Dove fino a dieci anni fa venivano prodotti i più bei tessuti e filati del distretto, oggi regnano decine e decine di aziende cinesi di “pronto moda” che sfornano abiti e magliette a prezzi stracciati.

Fino a qualche anno fa Prato rappresentava uno dei più grandi distretti industriali italiani ed uno dei centri più importanti, a livello mondiale, per le produzioni di filati e tessuti di lana. Il settore tessile, infatti, esportava oltre la metà della sua produzione e intratteneva rapporti commerciali con più di 100 nazioni. A queste, si affiancano attività di supporto come la progettazione, la creazione e lo styling, il marketing del prodotto, la consulenza organizzativa e strategica e l’ICT.

La storia del distretto tessile di Prato risale al XII secolo, quando le produzioni di tessuti dipendevano dalla corporazione dell’Arte della Lana. Nella storia recente, invece, il boom del distretto può essere collocato tra il 1950 ed il 1981, quando invece inizia un’epoca di forte crisi. Gli stili di vita diversi e l’innovazione nell’utilizzo di tessuti come cotone, lino e poliestere hanno colto di sorpresa le aziende pratesi, concentrate soprattutto su tessuti di lana cardata impiegati nella produzione di abbigliamento invernale. L’arrivo sul mercato di nuovi competitor in grado di produrre a costi notevolmente inferiori, primo fra tutti la Cina, ha dato il colpo di grazia a molte aziende della zona.

L’industria pratese, ora, ha bisogno di finanziamenti alle imprese per potersi rialzare e fare fronte ad una crisi senza precedenti, in cui il problema più grosso è costituito dai concorrenti in casa che però non reinvestono nel territorio e preferiscono mandare i profitti ottenuti in Italia nell’estremo oriente.