Modifiche agli studi di settore: ecco i correttivi anticrisi

Dal 1998 hanno portato 16,8 miliardi di Euro in più all'erario.

Redazione MondoPMI
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È del 16 maggio scorso la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del decreto 12 maggio 2016 nel quale vengono sancite le modifiche agli studi di settore che riguardano le imprese italiane.

L’articolo 8 in particolare, prevede l’integrazione degli studi di settore con i dati della contabilità nazionale, unitamente agli elementi acquisibili presso istituti ed enti specializzati nella analisi economica e alle segnalazioni degli Osservatori regionali per gli studi di settore. Questi correttivi alla norma vigente (dopo aver già semplificato le procedure di invio) sono attuati al fine di tenere conto degli effetti della crisi economica che si è abbattuta sulle aziende del Paese. Tuttavia solo alcuni settori o aree territoriali sono interessati da questa revisione di legge. Il settore manifatturiero, quello dei servizi, delle attività professionali e del commercio sono i comparti interessati ma le modifiche vanno a colpire complessivamente 204 studi di settore applicabili per il periodo d’imposta 2015.

Le novità seguono di pochi giorni il report di pubblicato da CGIA Mestre su questo argomento: sono ben infatti 3,7 milioni, le partite Iva sottoposte agli studi di settore, di cui oltre il 75% rispetta la richieste avanzate dall’Amministrazione finanziaria in materia di ricavi. L’associazione di categoria artigiana lamenta la costante pressione esercitata dal Fisco sui soggetti fedeli. Infatti, nonostante il rispetto contabile già dimostrato dagli studi di settore, i contribuenti in regola rischiano puntualmente accertamenti fiscali da parte delle autorità. Al 2014, ultimo anno in cui sono stati rilevati i dati, sono stati ben 160mila gli accertamenti in materia Iva, Irap e imposte dirette che hanno interessato le imprese già soggette agli studi di settore.

Secondo Paolo Zabeo di CGIA Mestre “si dovrebbe limitare al massimo il numero di controversie con l’Amministrazione finanziaria per sollevare le PMI dall’ansia da fisco”. “Anche se gli studi sono stati già depotenziati in ambito accertativo dalla Cassazione nel 2009, c’è ancora molto da fare” – prosegue Zabeo – “bisogna introdurre un regime premiale per chi è in regola con le richieste del fisco”.

Dalla loro entrata in vigore nel 1998, gli studi di settore hanno portato nelle casse dell’erario ben 18,6 miliardi di Euro di tasse in più a fronte dei 46,8 miliardi di ricavi in più accertati con l’adeguamento spontaneo in sede di dichiarazione dei redditi.

Image Credit: shutterstock