Ritardi di pagamento della PA: secondo CGIA, fino a 46 miliardi

Nelle stime della CGIA, anche ipotesi sulle ragioni dei ritardi.

Redazione MondoPMI
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La CGIA di Mestre ha effettuato alcune elaborazioni su dati ISTAT, Banca d’Italia e su dati interni, al fine di stimare l’entità dei ritardi di pagamento della Pubblica Amministrazione rispetto ai propri fornitori.

Il risultato delle elaborazioni rappresenta una situazione preoccupante, anche alla luce della recente introduzione dello split payment per il saldo dell’IVA sulle fatture emesse nei confronti di enti pubblici: il provvedimento era stato originariamente concepito per combattere l’evasione dell’imposta sul valore aggiunto; tuttavia, nelle parole dei piccoli e medi imprenditori assume l’aspetto di una misura vessatoria, in grado di ridurre la liquidità a disposizione sia per le imprese virtuose che per quelle che che evadano: la misura prevede che la PA trattenga l’IVA a monte dei pagamenti che effettua ai fornitori. Pagamenti che sembrano comunque arrivare già più tardi di quanto dovrebbero.

L’elaborazione è stata condotta stimando il valore “standard” dei crediti non pagati alla fine del 2016, e confrontandola con il reale valore dei crediti non pagati per l’anno di riferimento, così come risultante dai dati Istat e Bankitalia. Il primo valore, secondo la CGIA di Mestre, si situerebbe intorno a 19 miliardi di euro: nell’ipotesi che tutti gli enti pagassero le proprie fatture regolarmente, sarebbe questo il valore dei debiti fisiologici esistenti a fine anno, che sarebbero ancora da liquidare in quanto non ancora scaduti i termini per il loro pagamento.

I dati reali, però, sembrano ampiamente differenti:

  • Istat notifica alla Commissione Europea per l’anno 2016, un debito della PA verso fornitori di 51 miliardi di euro; questo valore è approssimato per difetto, in quanto rappresenta solo i debiti di parte corrente notificati alla Commissione.
  • Bankitalia ha stimato per il 2015 una somma pari a 65 miliardi di euro per i pagamenti della PA ai fornitori ancora da eseguire a chiusura dell’anno

Il dato della CGIA, quindi, presenta una differenza tra la situazione “ordinaria” e la situazione reale che può oscillare tra 32 e 46 miliardi: se la condizione che rappresenta meglio la realtà fosse la stima Istat, i ritardi di pagamento sarebbero per 32 miliardi (52 meno 19); se invece fosse la stima Bankitalia a definire meglio il quadro, i ritardi si rappresenterebbero in 46 miliardi (65 meno 19)

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Quali le ragioni dei ritardi di pagamento secondo la CGIA?

 

Nello studio degli artigiani di Mestre, le cause del ritardo potrebbero addebitarsi tanto alle aziende fornitrici, nel caso di contestazioni per lavori svolti male, quanto alla cronica mancanza di liquidità della PA, o all’inefficienza di quest’ultima nell’emettere i certificati di pagamento entro un tempo ragionevole. Tuttavia, a preoccupare di più è un fattore che si ricollega di fatto al già citato split payment: dal 2015, le aziende che lavorano per la Pubblica Amministrazione hanno l’obbligo di fatturazione elettronica. Questo obbligo è stato introdotto per consentire al Ministero dell’Economia e delle Finanze di tracciare tutte le spese preventivate e tutti i pagamenti effettuati dalla PA. Allo stato attuale delle cose però, secondo la denuncia della CGIA, permarrebbero ampi spazi di inutilizzo del sistema da parte della stessa Pubblica Amministrazione: molte amministrazioni periferiche effettuerebbero i pagamenti saltando a piè pari l’utilizzo della piattaforma. Questo comportamento darebbe loro modo di ottenere dai fornitori, o addirittura di imporre loro, dilazioni di pagamento superiori a quelle previste per legge. Sempre secondo la CGIA, poi, vi sarebbero pratiche sistematiche finalizzate ad incrementare le dilazioni di pagamento: una di queste sarebbe la richiesta da parte della PA di ritardare l’emissione di fatture o di stati avanzamento lavori; l’altra, la sostanziale “imposizione” nella fase di stipula del contratto, ad accettare tempi di pagamento superiori a quelli previsti per legge, senza compensazioni con interessi di mora. L’esistenza e la diffusione di queste pratiche sarebbe supportata anche dall’apertura di una procedura di infrazione contro l’Italia da parte della Commissione Europea

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Image credit: shutterstock